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Lavoro minorile - L′Africa sotto la lente dell′Onu

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Sono passati quasi vent’ anni dall’adozione da parte delle Nazioni Unite della “Convenzione dei Diritti del Fanciullo”. Questo documento, stando alle cifre dei rapporti internazionali che ogni anno vengono pubblicati, appare sempre più un elenco di diritti di “carta”, che nella realtà poi non vengono applicati.

La Convenzione ha l′obiettivo di fissare dei parametri che difendano i bambini contro le varie forme di trascuratezza e abuso che essi affrontano ogni giorno in ogni Paese.

 

L’impegno internazionale è volto a far sì che la ratifica da parte degli stati si concretizzi in leggi nazionali. Queste ultime, per poter essere efficaci, devono essere sostenute dalle politiche sociali, dai cambiamenti istituzionali e dagli stanziamenti di bilancio. Attualmente il numero di Paesi che hanno messo in bilancio i diritti dell’infanzia è alquanto esiguo.

Sia l’Unicef sia le strutture del commercio equo e solidale accettano una tipologia di bambini lavoratori: si tratta di quelli che aiutano all’interno della famiglia contadina o artigiana che lavora in proprio, purché per poche ore al giorno e purché il loro lavoro non interferisca con l’istruzione scolastica.

 

In particolare nell’Africa sub-sahariana lo sfruttamento dei minori è in aumento poiché è strettamente collegato al fenomeno, abbastanza recente, dei ragazzi abbandonati a causa della morte prematura di uno o di tutti e due i genitori, oppure alle migrazioni interne del Continente africano dovute soprattutto alle guerre e ai conflitti endemici.

In Ruanda la guerra civile ha reso orfani oltre 100 mila bambini e si contano ormai a migliaia i bambini e i ragazzi che lavorano e vivono sulla strada nella capitale Kigali, e così in Zaire, Burundi, Angola. Molti di questi bambini svolgono attività lavorative pericolose tra cui il lavoro nelle miniere per l’estrazione di oro e di altri minerali.

 

 

In Africa il movimento più importante è il Maejt (Mouvement africain des enfants et jeunes travailleurs - Movimento africano dei bambini e dei giovani lavoratori), costituito da una rete di associazioni (oggi sono circa 64 associazioni presenti in altrettante città, distribuite in una ventina di Stati dell’Africa occidentale e centrale).

Il movimento è nato nel 1994 e si propone di difendere i diritti dei minori che lavorano attraverso: il dialogo con le autorità, iniziative di solidarietà reciproca, e campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

 

Il fenomeno dello sfruttamento minorile rappresenta per il continente africano l’ennesima e forse la più importante sfida. Le forme di sfruttamento più comuni, oltre a quello a scopi sessuali, sono: il reclutamento di bambini soldato, il traffico di bambini, il lavoro nei campi e soprattutto nelle miniere. L’Ilo ha stabilito una specifica normativa sul lavoro in miniera. Il Programma internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile (Ipec) dell’Ilo si è impegnato in un certo numero di progetti di cooperazione tecnica per mostrare in che modo il lavoro dei bambini nelle miniere e nelle cave può essere fermato.

 

Sono oltre un milione i bambini che attualmente lavorano in questo settore e mettono a repentaglio la propria vita, il loro numero è in crescita.

Sul mercato mondiale delle pietre preziose, la quotazione della tanzanite è seconda a quella dei diamanti e prima rispetto a quella di rubini, zaffiri e smeraldi e non a caso gli esemplari più scintillanti si trovano nelle migliori gioiellerie di Parigi, New York e Londra. Solo negli Usa il suo giro d’affari sfiora i 500 milioni di dollari l’anno. Il colosso dell’oreficeria Tiffany l’ha fatta diventare una delle gemme più ricercate e popolari del mondo e segno distintivo di personaggi importanti , dei vip. Ma ai piccoli minatori della Tanzania arrivano solo le briciole del business: il loro guadagno medio è di soli 2 dollari al mese.

 

bambineafricane410.jpg

 

Secondo stime delle organizzazioni umanitarie, tra i 1.500 e i 3.000 baby-minatori sono impiegati nelle miniere tanzaniane (importanti sono quelle d’oro con una produzione che colloca la Tanzania al secondo posto in Africa dopo il Sudafrica e al tredicesimo nel Mondo), oltre 500 di loro si calano ogni mattina nelle profonde gallerie sotterranee delle Mererani Hills. Qui i bambini sono molto richiesti, ed è facile intuire il perché: lavorano anche tredici ore al giorno, senza protestare né scioperare; riescono a infilarsi nei tunnel più stretti e pericolosi e fanno da rapida spola tra gli uomini in profondità e i rifornimenti in superficie. Sono costretti a calarsi nelle grotte fino a trecento metri di profondità senza alcuna protezione, senza stivali né guanti solo con una precaria torcia sulla fronte, che potrebbe spegnersi in ogni momento. Gli stessi minatori raccontano di ragazzini dimenticati in fondo alle miniere e di altri uccisi dall’esplosione delle mine.

 

Per le bambine è ancora peggio, alcune molto piccole, cominciano anche a solo otto o nove anni, si svegliano presto al mattino per lavorare nelle cave, dove faticano fino a dove arriva il limite della loro forza, stabilita e sottomessa agli ordini impartiti dal padre o dai fratelli, per poi rientrare a casa ad aiutare la madre cucinando o procurando l′acqua e ad occuparsi degli animali per il trasporto dei detriti delle miniere.

 

Nelle cavità o nei letti dei fiumi vanno alla ricerca di rame, oro, cobalto, diamanti ed altre pietre preziose. Spesso rompono la roccia in pezzi piccoli e la mescolano al mercurio per estrarre l′oro.

In Ghana, più della metà delle ragazze intervistate ha detto di sentirsi esausta dopo un giorno di lavoro, di accusare dolori diffusi nel corpo e all′addome, di essersi tagliata, di avere la tosse.

 

Ovviamente in aggiunta al danno fisico c′è quello psicologico, di certo non meno grave. Questi giacimenti si trovano in zone remote e succede che, alla scoperta di uno seguono sempre dei veri e propri processi di migrazione e si formano così dei villaggi con piccole attività commerciali, bazar di abbigliamento usato, taverne e punti di ritrovo. In Tanzania 85 su 130 bambine intervistate nel corso dell’inchiesta hanno dichiarato di essersi prostituite, proprio in questi luoghi, intimidite e nella speranza di potere aver qualche soldo. Se non fosse stato per le coraggiose indagini di organismi internazionali e di Ong molti di questi drammi sarebbero rimasti sepolti nelle viscere profonde dell’Africa.

 

A. S.

 

Le foto, tratte dal sito Flickr, sono di Ilenia.prezioso


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