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Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale. Falso!

Autore: Federico Rampini

Editore: Laterza

Prezzo: 9,00

Voto:



E′ notte. Due ebrei che passeggiano per strada, chiacchierando tra loro, si accorgono di essere inseguiti. «Sono goym (cioè non ebrei) - esclama uno -. Scappiamo: loro sono in due mentre noi siamo da soli!».
Questa storiella yiddish mi è tornata in mente (più avanti dirò perché) leggendo il libro di Federico Rampini, secondo titolo della collana Idòla, appena inaugurata da Laterza, che ha un obiettivo dichiarato: scardinare le false certezze.
La più importante delle quali è in copertina: "Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale". Uno slogan che ricorre frequentemente nei discorsi dei politici di tutte le varie destre - a cominciare da quella statunitense capitanata da Mitt Romney -, e che è stato interiorizzato come un destino ineluttabile da ampi fronti delle sinistre.
E tuttavia si tratta di un falso storico, incorniciato con tanto di inchiostro rosso dall′editore.

Chiariamoci subito: gli strenui difensori dei privilegi acquisiti da una minoranza di italiani, a scapito, soprattutto, dei più giovani, non hanno di che illudersi. L′autore non vuole affatto salvare il welfare nostrano, cui riserva anzi giudizi sferzanti. «Una caricatura penosa del modello europeo», lo chiama.
Lo stato sociale di cui parla Rampini è quello dell′area tedesco-scandinava, ben distinta dagli Stati appartenenti alla fascia costiera mediterranea ed atlantica, tra i quali l′Italia spicca come il malato più grande.
Da qui la nostra visione si allarga agli scenari geopolitici attuali e prossimoventuri: le certezze propagandate dai tg e dai quotidiani svaniscono e cominciano ad insediarsene di nuove.

Scopriamo così che non è vero che il peso fiscale sostenuto dai contribuenti statunitensi è tanto più leggero di quello medio europeo e che, anzi, il rapporto tra tasse e servizi reali, per la middle class, è più vantaggioso da questa parte dell′Atlantico.
Come pure, non è vero che siamo in obbligo di smantellare il sistema europeo previdenziale, sanitario ed assistenziale, conquistato faticosamente nel corso di tanti decenni di lotte sociali, perché finora avremmo vissuto al di sopra dei nostri mezzi.



Il modello europeo non solo è ancora sostenibile, ma è più forte che mai. Piuttosto è l′American Dream a vacillare, visto che i paesi scandinavi e molti di quelli anglofoni possono vantare un indice di mobilità sociale superiore di quello statunitense. Né possiamo prendere a riferimento il paradigma Walmart, la più grande catena di distribuzione del mondo: «simbolo di un capitalismo disumano, distruttivo, che ha peggiorato le diseguaglianze». E che l′economista liberista Charles Krakoff vorrebbe invece candidare al Nobel per la pace.

E continuando: non è vero che la globalizzazione ci costringe ad assoggettarci agli stili di vita e di lavoro cinesi. La confutazione più evidente di questo «teorema tragico» ce l′abbiamo in casa, ed è la Germania: un Paese dalla straordinaria competitività, «ottenuta e preservata con livelli di retribuzione che sono tra i più alti del mondo; un movimento sindacale che è probabilmente il più potente del mondo; un alto livello di servizi sociali; regole severe a tutela dell′ambiente».

Il libro di Rampini ci fa fare un bel salto in avanti. Tanto più di valore in quanto l′approdo è costituito da nuovi dubbi e da nuovi percorsi di lettura.
Ci chiediamo allora perché, se il modello tedesco è a tutti gli effetti il migliore, Angela Merkel ed i suoi predecessori non hanno fatto di più per germanizzare l′Europa. Forse Berlino prospera a scapito degli altri paesi dell′Eurozona?
E perché continuare ad insistere sull′equilibrio tra alcuni numeri "magici", come il rapporto deficit-Pil al 3%?
Non dobbiamo piuttosto cercare un nuovo pensiero economico su cui rifondare un patto di cittadinanza?

E qui torniamo alla storiella yiddish. Se parliamo di crisi, la prima cosa che pensiamo è che non ci sono soldi. Invece il capitale che realmente ci manca è quello sociale, cioè quello che misura il livello di fiducia che abbiamo nei confronti dei nostri concittadini e nelle istituzioni. Solo se questa fiducia c′è davvero, siamo portati ad accettare la condivisione dei costi del welfare.
Inutile perciò prendersela tanto con i mercati. Gli speculatori attaccano le nazioni che hanno l′evasione fiscale e l′economia sommersa maggiori, i Paesi che hanno accumulato debiti perché troppa gente cerca il proprio profitto a svantaggio degli altri, quelli dove imperano il parassitismo, le frodi e la corruzione di massa.
Se ci guadagnassimo, noi italiani, più fiducia tra di noi, se realmente ci pensassimo come una comunità, gli altri non ci farebbero tutta questa paura.

Renato Incitti

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