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Lavoro - Usa, bruciati 3 milioni di posti in 5 mesi

un′opera di keith haring

Sono mesi che gli economisti dicono che è necessario prepararci al peggio. Una volta tanto hanno visto giusto: il peggio è arrivato. Gli Stati Uniti hanno registrato un dato catastrofico sull’occupazione. Nel 2008 sono andati persi quasi 2,6 milioni di posti di lavoro. E’ il peggior risultato dal secondo dopoguerra. Il tasso di disoccupazione si è impennato come mai prima: dallo 0,4 al 7,2%, la soglia più elevata dal 1993.

Nessun settore produttivo sembra risparmiato dalla recessione. E così, al calo della produzione corrisponde in linea diretta il calo degli occupati. Non passa giorno che le colonne portanti del Corporate America non annuncino rilevanti tagli di personale. At&t nelle telecomunicazioni, Dupont nella chimica, Bank of America nel reparto bancario, Cigna in quello assicurativo, General motors, Ford e Chrysler nell’automobilistico, Boeing nell’aerospaziale hanno già proceduto a ridurre la loro forza lavoro in una misura che va dal 4 al 15% rispetto all’anno precedente.

Il dato analitico lascia ancor più pessimisti. Dei 2,6 milioni di posti persi, la maggior parte - 2 milioni – sono “bruciati” tra settembre e dicembre. E il 2009 non preannuncia niente di meglio: ieri, in meno di 24 ore, altre importanti multinazionali hanno annunciato più di 40 mila licenziamenti. I drammi portano i nomi di Advanced Micro Devices (elettronica, 1.100 posti in meno), Circuit City (elettronica, 30 mila), Conoco-Phillips (petrolio, 1.350), Pfizer (farmaceutica, 2.400), Hertz (autonoleggio, 4 mila), Wellpoint (assistenza sanitaria, 1.500). Continuando così, il dato finale di quest’anno non dovrebbe essere diverso da quello passato: gli analisti prevedono che il tasso di disoccupazione superi il 10%.

barak obama

Barak Obama è nella storia degli Usa per essere il primo presidente afroamericano. Ma il destino gli ha già presentato il conto. E’ davanti ad una sfida estrema: verrà ricordato come uno dei più grandi statisti della storia, se salverà l’economia statunitense. O cadrà miseramente nella polvere, se non riuscirà a porre riparo alla crisi. Il suo piano al momento cerca di ottenere un sostegno bipartisan.

Da una parte, per accontentare i progressisti, Obama ha messo in conto una spesa pubblica che non ha eguali, che porterà il deficit americano sicuramente a raddoppiare – qualcuno dice addirittura a triplicare - il record di 445 miliardi di dollari raggiunto l’anno scorso da George W. Bush. Dall’altra, per venire incontro alle richieste dei conservatori, si è impegnato a realizzare cospicui tagli delle tasse per le famiglie e per le imprese.

joaquìn almunia

Anche da questa parte dell’oceano le previsioni, già negative, vengono corrette al ribasso. Domani a Bruxelles la Commissione Ue e i ministri dell’Eurozona certificheranno l’entrata nel periodo di recessione. Solo due mesi fa credevano che l’economia nel 2009 sarebbe – anche se di pochissimo – cresciuta. Invece ora il commissario Ue agli Affari economici Joaquìn Almunia parla di ribasso, al di sotto di un punto percentuale, anche per l’Europa dei 27.

Nella bozza del documento che verrà presentato martedì all’Ecofin (il consiglio dei ministri dell’economia dei membri Ue), Almunia prevede che la locomotiva tedesca non ce la farà a trainare la ripresa del vecchio continente prima della fine di quest’anno. Ma a questo punto anche il 2010 è a rischio. Nonostante, infatti, le misure anticrisi «siano già in via di attuazione, bisognerà pazientare, perché ci vorrà del tempo per vederne gli effetti sull′economia reale».

La foto di Barak Obama è tratta da New York Magazine, quella di Joaquìn Almunia da Daylife (© Getty Images


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