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Alimentazione - La fame nel mondo è un problema politico

nairobi_2007


Si terrà lunedì prossimo, a Roma, il Summit mondiale sulla sicurezza alimentare, promosso da Jacques Diouf, il direttore generale della Fao. La bozza della dichiarazione finale è già pronta. In estrema sintesi, gli ambiziosi obiettivi sono due. 1) «Sradicare la fame dalla faccia della terra entro il 2025». 2) «Assicurare una sufficiente offerta di cibo, sicuro e nutriente, per una popolazione mondiale che si prevede supererà i 9 miliardi nel 2050». L′idea di base è quella di dare attuazione a interventi mirati ed efficaci a livello globale, altrimenti il numero di affamati è tristemente destinato ancora ad aumentare.

Il mondo in cui viviamo ha raggiunto livelli di opulenza senza precedenti, la quantità di beni e servizi disponibili a livello globale è di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra epoca. Questa enorme disponibilità riguarda anche il cibo: in media, ci sono all′incirca 2.800 calorie giornaliere per ogni abitante del pianeta, che sono molte di più di quelle minime necessarie. A questo punto, allora, considerato che l′ammontare di cibo disponibile sul pianeta sarebbe più che sufficiente a sfamare tutti i suoi abitanti, bisogna rispondere a una domanda: come mai, nonostante l′abbondanza alimentare, vi sono ancora nel mondo 1,02 miliardi di persone che soffrono la fame?
Avendo chiarito che il problema non è la disponibilità di cibo a livello globale, la risposta è che il miliardo di affamati non riesce ad accedere al cibo che esiste.
Evidentemente, le politiche della comunità internazionale e dei governi si sono rivelati finora del tutto insufficienti e inadeguati a far regredire il fenomeno.
Infatti, per sradicare la fame bisogna, attaccare direttamente il problema della povertà, che ha una natura multisettoriale e multidimensionale, ossia non riguarda semplicemente le questioni agroalimentari, ma più in generale la possibilità che hanno le persone di utilizzare le risorse economiche e avere un′occupazione decente, nonché l′accesso a quelle che Amartya Sen chiama le social opportunities, come l′istruzione di base e le cure sanitarie.
Continuare a concepire, così come sta avvenendo, quello della fame come un problema eminentemente produttivo e tecnologico agitando lo spauracchio demografico, significa dirottare l′attenzione dell′opinione pubblica, le politiche e gli investimenti soltanto in un′unica direzione: quella produttivistica, ossia la stessa che in buona misura è stata corresponsabile dell′aumento della fame negli ultimi decenni, oltre che di notevoli danni ambientali. Per non ripetere questo grave errore bisogna adottare un approccio allo sviluppo umano che tenga realmente conto anche di tutte le altre variabili.

M.S.

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